Martina Corgnati – Verso la luna

Stupefacente, sensuale, sensibile. Praticamente mitico. Nel polimorfo e mutevole paesaggio dell’arte contemporanea, ConiglioViola si è conquistato una posizione unica e inconfondibile per il suo disinibito ed onesto approccio alla questione cruciale del piacere.

In contrasto con buona parte degli artisti della sua generazione, e di quella precedente, che hanno messo al centro della scena l’orrore, il dolore, la morte, la politica – o nel migliore dei casi la loro parodia – ConiglioViola non si è mai sottratto all’assunzione di una responsabilità  tradizionalissima dell’arte – quella della bellezza: eccessiva, qualche volta estatica, qualche volta sfrontata. Ma bellezza. Nel farlo ConiglioViola ha seguito da subito il suo istinto; con generosità, coraggio, quasi con abnegazione, anche quando questo istinto lo portava a mettersi seriamente nei guai.
In questo percorso accidentato e pieno di imprevisti, l’arte è stata ed è ogni volta la lente che ha prodotto la rifrazione di tale istinto verso l’ampio territorio dell’estetica. Ma il raggio sorgente è sempre rimasto lo stesso: voglia, sensibilità, naso, talento, fiuto. Insomma, un potente e luminoso impulso energetico che ha sospinto un leggero e ingombrante ConiglioViola in direzione di tante emergenze del gusto appena un po’ in anticipo, cioè al momento giusto.

Dunque, si può dire che, pur condividendo una strategia forse non troppo diversa, la tattica che qui è in gioco sia diametralmente opposta a quella di Warhol: all’assunzione del gusto universale – o perlomeno largamente condiviso – come fosse il proprio, ConiglioViola contrappone l’assunzione plateale del gusto proprio come fosse universale. Lo fa candidamente, e a fin di bene. Perché, tanto, non c’è piacere che non sia dell’altro o almeno che non possa diventarlo. Come è possibile questo? come fare ad essere tanto pieno da attrarre tutti i venti in fuga – come un ganglio di alta pressione – e al tempo stesso così vuoto che l’altro trovi sempre un proprio posto, un proprio spazio di godimento e di identificazione?   per esempio grazie al mito, dimensione par excellence sempre piena e sempre vuota, che il ConiglioViola-pensiero vuole polimorfa e onnivora come i suoi progetti realizzati fino a oggi, apertissimo e cruciale come questo momento di ripresa delle trasmissioni. Nel mito prende corpo una bellezza visionaria e imprevedibile – già sappiamo peraltro che “sarà convulsa o non sarà” – somministrata da ConiglioViola in base a un preciso e calcolato dosaggio che potremmo ribattezzare consapevolezza estetica; e sempre in vista di un intenso e avventuroso piacere di visione, di ascolto, qualche volta di partecipazione.

Una bellezza mai esclusiva: per destabilizzare le barriere di un sistema dell’arte con pretese snobistiche ed elitarie, ConiglioViola ha sciorinato negli anni uno dopo l’altro un ragguardevole numero di giochi di prestigio, di camuffamenti e di segreti tratti da mondi interattivi, musicali, teatrali, scenici, grafici, erotici; oltreché un vero e proprio attacco armato alle spese della Biennale di Venezia, tempio desiderato e vilipeso dell’arte di tutto il secolo ma, fino a lui, mai preso direttamente a cannonate da una chiatta piratesca e da un coniglio sempre carino ma aggressivo, con tanto di benda sulla fronte.

Provocazione dadaista e molesta? no, almeno non solo. ConiglioViola non è veramente dadaista benché possa essere capitato di pensarlo finanche a lui stesso. L’attacco dadaista accade in vista della fine dell’arte in quanto dimensione ormai consunta, esausta, superata. ConiglioViola invece lavora per un’arte della meraviglia che non si morde la coda come i cani quando girano su se stessi ma non teme di scottarsi per rinascere ogni giorno dalle proprie ceneri, come l’araba Fenice. Infatti non c’è dubbio che ci siano più fenici che cani nell’albero genealogico nostro Coniglio. E magari qualche fratellino un po’ regressivo e conturbante come Paul e Elisabeth chiusi nella torre di cristallo del loro desiderio, sottratto al tempo e al divenire. Questi ultimi, va detto, hanno ormai qualche annetto sulle spalle (esattamente ottanta), ma restano forse interessanti per il loro narcisismo solipsista, per la passione capricciosa e esclusiva che si consuma in un gioco di specchi sempre più avviluppato e claustrofobico, benché fragile. I due, quindi, meritano forse un posto di un qualche rilievo nell’albero genealogico del nostro Coniglio che, non per nulla, si è compiaciuto di estrarre più volte dal suo magico cilindro fantasmi riflettenti e metamorfici, oppure castelli di scatole cinesi, paesaggi selvaggi di scale a pioli all’arrembaggio di altissime nuvole, quadri animati, classici, trompe l’oeil – ritratto di famiglia in un interno, nascite botticelliane – usati alla stregua di provvisori e lussuosi boudoirs. Ma, come accade, nel corso del tempo è accaduta una imprevista e salutare mutazione – merito della fenice? – che ha fatto spuntare sul dorso morbido del Coniglio un provvido e opportuno paio di ali che gli hanno permesso di volarsene fuori, allo scoperto, e agire in prima persona oltre il muro, nell’aria per le strade di fuoco che alle volte attraversano il mondo.
Oppure all’occorrenza addirittura di volarsene via, portato dal vento, vers la lune, una voluminosa e magnetica luna piena come il destino. E poi ? non è dato saperlo. Tanto il cielo per il momento non finisce. E il volo continua.


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