Achille Bonito Oliva – Stanza del rebus: la porta dell’attimo.

Lacan pone l’arte sotto il segno parallelo della paranoia cri­tica. Entrambe lavorano sulla ripetizione, sulla moltiplicazione e sulla dissociazione. “L’identificazione iterativa dell’oggetto ” di­venta il movimento di una conoscenza paradossale, l’apertura di uno spiraglio da cui non proviene nessuna luce. L’artista abita solo vicino alla porta, in una casa che sopporta unicamente l’arre­do spoglio, naturalmente oliato, di una cerniera domestica che sembra promettere molte agnizioni, epifanie e illuminazioni. In­vece da questo punto nessuno arriva.

Allora l’artista si bussa da solo, crea un’aspettativa incom­bente e confinante con il silenzio. Non abbandona mai la posizio­ne d’attesa, non muove i muscoli, ma si premunisce assumendo una posizione, quella del collo lungo, di un movimento retrattile che gli permette di sollevarsi da sé, d’intravedere e contemporanea­mente stravedere. Si sa, ed è probabile, l’artista è un uomo che non ha la testa sulle spalle, quindi neanche il collo, tutti se ne avvedono: tale evidenza viene insegnata anche ai bambini nelle scuole, e questo è denunciato come segno d’irresponsabile asocia­lità. L’artista, come dice Thomas Mann, non è un buon riforma­tore, in quanto ha un amore particolare per la volgarità e la vita, che poi sono la stessa cosa.Egli non si organizza scorte, non pratica accumuli di viveri, né aspetta qualcuno che gli porti doni adatti per lo scambio, perché non ha occhi per sentire né orecchie per vedere. Perciò si bussa da solo, introduce così oltre la porta il fantasma iterativo che entra e esce. Come la tartaruga, l’artista si fa carico della porta, si carica la porta sulle spalle, corazzato con questa, circumnaviga con il collo intorno e fuori, pronto a ritirarsi appena effet­tuato il colpo d’occhio.

II colpo d’occhio termina inevitabilmente nel suo punto ini­ziale. L’artista con il collo lungo fa la ruota di pavone e si trova con la vista a scoprire la ripetizione, il proprio corpo come un simulacro in attesa dietro la porta. Insomma l’artista non aspetta mai visite, così si consola aprendosi e chiudendosi dietro e fuori la porta che funziona in tal modo da specchio. È lì, sul guscio concavo e speculare, che il passato seppellisce il proprio futuro, che il colpo d’occhio fonda la svista e l’allucinazione perversa di molte ubiquità. Mettere il collo fuori dalla porta significa l’esposizione del perturbante, come dire che Lacan apre e trova a aspettarlo Freud! Comunque l’artista si carica il collo sulle spalle e continua la propria peripezia, ponendosi in ascolto di altre apparizioni, pron­to a altre agnizioni, sollecito nello spalancare la porta sull’assenza dell’altro.  Così il cigolìo si misura con il rumore sommesso della risata, risata d’artista, quella di Zarathustra, che sa come aprire significhi soltanto spostare aria e porre inevitabilmente la porta sotto il segno del tempo: la porta dell’attimo.

Qui ormai spazio e tempo non coincidono più, non giocano, felici coincidenze. La prudente geometria dello spiraglio non con­tiene l’irruzione del fantasma che precipita velocemente e tumul­tuosamente, è il caso di dire, a rotta di collo. L’irruzione avviene senza ragione, altrimenti non sarebbe possibile ridere, non sareb­be possibile innescare il disinibente processo del riso che argina così il confronto e l’avvento dell’assenza. Anche perché Lacan ha avvertito l’artista che il reale è impossibile. Allora l’arte diventa la pratica del collo lungo che ingigantisce la propria circumnavi­gazione approfittando della conferma ricevuta, confortata dalla notizia che fuori c’è il deserto e forse nemmeno questo…

Così l’arte”diventa il risarcimento di un’attesa che non ap­proda a nessuna visita, una maniera di giocare il doppio ruolo di ospite, di chi inganna nietzschianamente l’attesa, parlando a alta voce e contemporaneamente tacendo per fondare il miraggio di un incontro. Umoristicamente l’artista si mette all’opera seguendo il nuovo adagio che chi cerca non trova. In tal modo egli si procura e nello stesso tempo pratica l’allontanamento da ogni incontro, la riduzione del reale al puro ingombro, al meccanico movimento dell’aprire e chiudere la porta. Aprendo e chiudendo, la porta dell’attimo diventa il ventaglio di carta che agita l’aria, che copre e scopre nel suo movimento frastagliato alternanze di particolari, lampi di figure e scoppi di segni.Senza sforzo e senza lavoro, con molto sfarzo, che poi non significa senza perizia, l’artista ripetutamente si solleva sul pro­prio collo, con lo stile del collo, producendo con leggerezza il senso di un proverbio zen: “II battito per l’aria di una mano sola”.

L’artista ha una mano sola, concentrata e fissata nella peri­zia, nell’uso folgorante e notturno della mano mancina. È pro­verbialmente sinistra la mano d’artista, rafforzata da una risata che isola e amplifica il gesto. Appagato dalla propria incompletez­za, l’artista perfeziona la propria mutilazione, tagliandosi, ove mai fosse cresciuta, la mano destra dentro i battenti della porta. In­somma l’artista mette la mano destra dentro la porta, che poi significa fuori dal quadro. Disarmatesi da solo, egli impedisce che la mano destra sappia quello che fa la sinistra, perdendo così ogni riserbo e lasciando impudicamente bene in vista opere fatte a arte.

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